Agnello di Dio

Pubblicato: 16 giugno 2011 in Uncategorized

 

Io.
Il colpevole.

Sono io quello che uccide gatti e pantere, le sane colazioni e il jogging, i buoni principi e i sogni più ferrei.
Io che attraverso le frontiere, Treviso come Tijuana, Acerra come la Romania. Io che non mi fermo davanti a niente, io che sono fumo negli occhi, io che sono croce e delizia.
Io sono entropia.
Mi fermo a sporcare i tuoi prati, l’aria che pretenderesti pulita, il greto dei tuoi fiumi, i tempi delle tue passeggiate romantiche.
Io che vengo fuori dalle tue strade, dalle tue fabbrichette, dalle tue pittoresche campagne.
Con la merce in mano.
Che appare e scompare.
17.06.05
19.13.01
08.03.08
I miei numeri fortunati. E non si tratta di lotto.
La notte mia compagna, le ruspe il mio braccio, gli scarti il mio cibo.
Sono il business del business.
Cancro inarrestabile.

Un sacco di storie da raccontare. Mi piacciono per come danno un senso al succedersi delle cose.
Come quella dell’orco che decide di dare ospitalità e lavoro ad un biondino che va a bussargli alla porta. Gli affida il taglio del bosco e questi ogni giorno ne taglia una quantità tripla. Il surplus se lo vende per conto proprio. Poi, sempre il biondino una notte ruba al padrone di casa il pendolo che fa le monete d’argento, la notte dopo gli porta via l’Arpa del Successo e quella dopo ancora, rapisce la moglie. Quando infine il biondino ha deforestato tutta la macchia ed l’orco non ha più di che pagarlo, il primo prende un remo e lo spacca sulla testa del padrone, uccidendolo. Un bell’assassinio.
Eppure la tradizione orale delle novelle appella l’orco come orco ed il biondino come eroe.
Ti sembra giusto?
E allora io sono inequivocabilmente il lato oscuro. Il cattivone.
Male ancestrale. Moloch.
Il Giuda assoldato, vólto alla causa sbagliata. Ma che, fino che voi biondini avrete ancora alberi da abbattere, risulta essere quella conveniente, a vario titolo, per tutti.
Perché io sono la facile via d’uscita. Il Cristo deve finire sempre ucciso.
In molti l’hanno già capito. È per questo che ho tanti amici, portaborse e reggigioco.
Cartelli elettorali. Piani alti. Bassi. Infimi.
Perfino voi.
Perché sono il lato oscuro della vostra coscienza.
Che vi inchioda alle vostre responsabilità.

Mi pulisco le mani.
Mi passate un kleenex.
Sto lavorando per voi…

Il pasto

Pubblicato: 5 giugno 2011 in Uncategorized

C’è un clown, seduto nei camerini del circo. Di fronte a lui c’è la trapezista. La donna più bella che abbia mai visto.
Sinuosa, con i leggeri abiti di scena, sta ballando. Il ritmo di una musica che solo a loro suona in testa. Balla come si può respirare. Naturalmente. In maniera assoluta. E lo fa dannatamente bene.
La donna è una dea. La dea della libido. Si muove avvinghiandosi ad una sedia. Muove le sue gambe in su e giù intorno ad essa. È il ritratto identificativo della fertilità. Ha i fianchi larghi da cui nasce un culo pieno, marmoreo, fasciato dalla coulotte del costume di scena. Il suo non ha niente a che vedere con i culi secchi di certe soubrettine sterili.
La luce è tenue. È quella blu della luna e quella rossa delle torce accese alle pareti.
La trapezista danza e accenna un sorriso, muove la cascata nera di onde spumose che  è la sua chioma. E i capelli finiscono per coprirle il viso, per passare sopra le labbra ghignanti. Impazzano. La donna muove un passo avanti e sobbalzano le tette floride dentro il reggiseno bianco brillante del costume. Il vitino in cui si chiude il suo corpo, le disegna addosso il profilo di una clessidra. Dentro di lei scorre il tempo, il tempo del piacere. Estasiante, ma che è tragicamente limitato.
Non c’è futuro, ma lei non lo sa.
E poi arrivano gli occhi.
Due fari verdi. Sono solo filtri della immane passione che si cela dentro di lei. In loro si riflette la luce del fuoco e non solo.
Quegli occhi guardano severi. Comunicano esiti inesorabili al clown che la mira e la rimira, con il trucco di scena in faccia, il vestitone lucido largo, accecato come chi guarda troppo a lungo il sole.
La trapezista, che balla scalza, piedi piccoli perfetti, si avvicina al clown. Gli si mette di spalle, sporge il culo e guardandolo seria, con la testa volta di lato, allarga appena le gambe. Mette le mani sul bordo della coulotte, lentamente si china in basso e la tira giù. Il tessuto elastico si tira, mentre scorre per i fianchi, rivela il perizoma che sta sotto. Un filo che circonda il vitino ed un mini triangolo che sparisce dentro di lei. Dentro quella pelle soda.
Il clown seduto su un panchetto sposta il suo peso in avanti. Lo infastidisce la ciccia di troppo. Deglutisce. Aspetta la fine.
Ora la donna torna alla sedia. Si mette di lato, struscia lo schienale ai due glutei. Di scatto la donna si gira, si piega ed adesso il legno finisce in mezzo al seno. La donna guarda ancora il clown. È una tortura.
Le sue labbra si schiudono, tira fuori la lingua per leccare lo schienale ed inizia un su e giù.
Regina del piacere, gli avrebbe succhiato via l’anima con un pompino, rendendolo zombie ai suoi comandi.
La donna si avvicina di nuovo all’uomo. Alza una gamba e mette un piede sulla gamba del clown. Lui sposta la schiena indietro.
La donna muove sinuosamente le spalle mentre allarga le braccia snelle per metterle dietro la schiena e slacciare il nodo del costume. Di seguito, le braccia sotto i capelli, al nodo alto, ed è pronta a togliere il reggiseno.
Lo tiene su ancora un attimo, con i gomiti che lo stringono addosso. Poi è pronta a mostrare le nudità. Le braccia lentamente ascendono.
Si intravede per un secondo il seno come l’ha, prepotente, i capezzoli rosa. Passa un attimo poi una tetta inizia ad allungarsi verso il basso, va giù. Troppo. Anche l’altra. Si assottiglia la pelle e poi una dopo l’altra si staccano dal corpo.
Finiscono sulle ginocchia dell’uomo e rotolano via. Una a destra, una a sinistra.
Lo sguardo della donna in quel momento si offusca. È l’inizio della fine. Con un po’ meno grazia e una certa fretta va per togliere il perizoma e quando lo fa, dietro di sè cadono anche i due glutei. Rumore di gelatina quando raggiungono il suolo, si spappolano un po’.
Il clown continua a guardarla fissa come prima. Non si muove.
La donna si china di nuovo in avanti e si inginocchia. D’istinto, con molta meno grazia, allunga le mani sull’uomo, verso i pantaloni. Ora il cazzo del clown è la cosa che vuole più al mondo. Lo cerca, gli slaccia la cintura e nel farlo le cadono gli occhi dalle orbite. Anch’essi a terra, anch’essi rotolano.
Alla trapezista a quel punto scappa un lamento. Si mette una mano al volto mentre con l’altra in maniera sempre più frenetica, cerca di abbassare la lampo.
Ci riesce e nello sforzo, da carponi, le esce un sonoro peto dal culo.
La donna arrossisce sempre di più. Prova a rialzare la testa dalle ginocchia dell’uomo ed i capelli neri, staccatisi dalla pelle, iniziano a cadere anch’essi a grosse ciocche. Sui pantaloni del clown, ai suoi piedi. Con una mano la donna prova a trattenerne qualcuna e nel far quello non può far a meno di emettere un nuovo grido sordo da creatura morente quale è.
Le cadono i denti in bocca. Lei li sputa con la bava e sente che anche le labbra non ci sono più. A quel punto, anche se con una mano era quasi arrivata a toccare il cazzo del clown, si ferma. Ritrae il braccio.
Con le mani che artigliano le ginocchia dell’uomo, la pelle molle sul viso come cera calda e qualcosa simile alle lacrime che le esce dalle orbite, cerca nel vuoto la faccia dell’uomo. “Amami,” gli dice. La prima volta in vita sua che quella parola esce dalla sua bocca.
Troppo tardi. Niente si riceve gratis quando si è state un templio della merce.
Il clown muove piano una mano verso quella della donna. Quella cosa che fino a poco prima era la persona che aveva ammirato enormemente. Che invece in un attimo lo lasciava così.
Prende un suo seno per terra.
Ora è lui ad estrarre la lingua. Si prepara a fare quello per cui è programmato. Ad assolvere all’unico compito a cui può assolvere. Per fortuna, forse.
Il clown va all’essenza delle cose.
Addenta la tetta e, morso dopo morso, la finisce.
Di seguito solleva la mano della trapezista che teneva stretta nella sua e la avvicina alla bocca. Bacia un dito, lo infila in bocca e poi lentamente con un morso lo stacca. È un rumore sordo che deflagra nel silenzio. La donna reagisce solo con un gemito. Non esce sangue, si intravede una resina densa brunastra.
Il clown mastica il dito, lo ingoia e poi passa al secondo. Lo mangia e va al terzo, ed ai successivi fino che non finisce tutte e cinque le dita. Quella che era una trapezista invidiata, sta silenziosa, catatonica ad aspettare la fine. La bonifica dell’area.
Il clown si avvicina ulteriormente alla donna. Si mette sul bordo della sedia. Le mette una mano sul ventre, all’altezza del vitino di quella clessidra dove non passa più niente. È finita la sabbia. È scaduto il tempo.
La mano del clown squarcia le carni, le penetra e rovista dentro, ne estrae viscere nere ed inizia a mangiarle, mentre la donna è ancora ferma, cieca, in ginocchio ai suoi piedi.
Scorrono i minuti, scorrono le viscere e quando la trapezista è ormai quasi un involucro vuoto, il suo corpo si affloscia e finisce per terra. Bianchiccio. Blob traslucido con ossa fini al suo interno.
Al clown non resta che il cervello. Apre il cranio e inizia a mangiare anche quello, quando nel camerino entra il direttore del circo.
La giacca rossa elegante con i ricami ed i bottoni dorati. I pantaloni bianchi, gli stivali neri. Se non fosse un ometto mediocre, pelato con baffi a tricheco, sarebbe anche un signorone vestito così.
Sgrana gli occhi di fronte alla scena. C’è pieno di melma bruna. “Cristo! Di nuovo….” esclama contrariato.
Il clown lo guarda intimorito.
“Non preoccuparti…lo so, che non è colpa tua…” il direttore usa un tono diplomatico. “Sono loro che se ne vanno così. Tanto sforzo per crearle e poi ci lasciano tutte. Come faremo fra un po’? Le tette iniziano già a scarseggiare. E là fuori non c’è più spazio per i loro resti.”
Il clown, fermata la sua opera delapidatoria, scuote anch’egli la testa contrariato. Forse è ben più disperato del direttore. Sta ingrassando oltremodo. Non è sostenibile così. Il suo sguardo ha anche una certa luce accusatoria. La sua bocca rigagnoli neri che vanno ad impastare il pizzo che porta sul mento. Il fiato ha un odore mefitico.
“Ripulisci bene quegli scarti, poi mettili fuori per coloro che verranno a reclamare il corpo.”
Il clown si rimette all’opera. Stanco, rinizia a mangiare, ma quello è il suo compito, in quel circo degli esseri umani, ed esegue senza fiatare.

Sipario

Pubblicato: 13 maggio 2011 in Uncategorized

Oggi succede di nuovo.

Io.
Io.
E ancora io.
Orco, clowncattivo, mutaforma.
Re Mida. Oro dalla merda.
Comunque inconsistente, impalpabile.
Sopra di tutto, inarrestabile entropia.
Si addensano tempeste, io già non ci sono più.
Lascio la zavorra ai cani poliziotto, prima di lasciar che giungano a me.
Come la lucertola capace di liberarsi della coda.
Matrioska dentro matrioska dentro matrioska. La più piccola è la più potente, ma è talmente piccola, che prima di prenderla, l’hai persa. E se anche ne prendi una, non hai risolto niente, ce ne sono un’infinità.
Clandestino, mi sposto altrove prima che finisca male.
In nuove terre, fertili alle mie soluzioni.
Delocalizzo. Sì, io il nomade, non coltivo girasoli.
È un vizio nato per gioco e necessità.
Come la ballerina thailandese che negli spettacoli fuma le sigarette dalla figa e poi diviene nicotinomane.
È ineluttabile tutto questo.
Comunque a perdere.

Qui lo spettacolo è finito, signore e signori.
Nuove piazze, nuove città ci attendono.
Magari stavolta è la vostra.

Inchino.
Applausi.
Sipario.

A presto.

Il tuo cuore

Pubblicato: 5 aprile 2011 in Uncategorized

 

Erodono, erodono.
Piccole formichine laboriose rivoltano in silenzio il suolo ed ogni volta ho questa sensazione di rinascere. Tante vite quante ne tolgo agli altri. Non ho sensi di colpa, è solo deformazione professionale. Faccio bene il mio mestiere. Seguo attentamente il cliente, i percorsi, le tabelle di marcia, la destinazione finale della merce in barba ai certificati bollati. Ricordo e annoto tutto. Memorie che moriranno insieme a me. E se resto ad assistere qualche operazione come adesso, mi perdo contemplativo. Rifletto su come in fondo, la lotta contro questo mondo sia ineluttabile.
Nient’altro che l’infinita tragedia umana.
In questa notte plumbea, cancerogenamente polverosa, sospesa tra le sue nevrosi, marcia in qualcosa che i microfilmati della telecamere e gli standard del decoro non possono registrare, ma che si annusa da quanto puzza…notte cattiva, quanto me…
In questa notte, lavoro. Sono fuori a compiere il mio dovere.

Voi che state dormendo, accendete le luci. Tutti insieme.
Guardate sotto le coperte. Forse vedrete il clown con il suo lauto pasto.
È il vostro cuore o quello del vicino. Vi fa “Scccc!!!” con il dito davanti alla bocca. E sorride.
Non combattete. Io, quel clown, sono invincibile. Nessuno ha le carte in regola per battermi. È il destino. Per questo ho una potenza inarrivabile.

È una notte cattiva, puzzolente.
Entropica, come tutto il resto.
Andate a prendere un bicchiere d’acqua, rimettetevi a letto, non pensate al futuro, pensate ad altro. Spengete la luce e cercate di dormire.
Voi che respirate ancora, sorridete. Questo non è ancora il vostro momento.

L’origine, la fine

Pubblicato: 7 gennaio 2011 in Uncategorized

E ho una circo come ogni clown che si rispetti. A cui torno, da cui parto. Ogni volta

http://www.ilcircoivankovic.it

Il mio nome sullo stipetto.

La verità a portata di mano di ognuno di voi. Se non arriverete troppo tardi.